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23/03/2020 | EDITORIALE

LA NUOVA RESPONSABILITA’ DEGLI ARCHITETTI

Di: Gisella Borioli

Sinceramente anch’io credo che, finita questa emergenza sanitaria (ma potrà mai finire davvero?) saremo tutti più vulnerabili e in pericolo. Abbiamo capito che non è solo la terza guerra mondiale, già sfiorata più volte a minacciarci. 
Né il terrorismo islamico e internazionale a farci paura. 
Né la delinquenza che ci dicono in diminuzione ma che quando ti tocca ti atterrisce ugualmente. 
Né le invasioni di massa dei poveri del mondo che scappano da paesi impossibili. 
Né il “climate change” con tutte le oscure e reali minacce riportate alle coscienze da Greta Thunberg
Né il coronavirus che un inascoltato Bill Gates aveva predetto già quattro anni fa e che solo ora fa il giro della rete. 
Né la siccità inarrestabile che brucia le vite, gli incendi devastatori all’australiana, gli tsunami che spazzano tutto sotto un’onda alta come una montagna, i terremoti che sconvolgono la terra e inghiottono le persone. 
Né un ipotetico black-out globale che distruggerebbe tutte le nostre certezze di popoli evoluti, iperconnessi, viaggiatori, globalizzati. 
Saremo tutti ancora e sempre più in pericolo perché queste minacce possono concretizzarsi una alla volta o magari anche più insieme. E altre calamità, conosciute o ignote.
 
Abbiamo bisogno di nuovi eroi, di veggenti, di vati del futuro che possano costruire un mondo più sicuro, per quanto possibile. Non abbiamo bisogno di fake news o ciarlatani social. Abbiamo bisogno che architetti, designer, ingegneri, urbanisti, scienziati, ricercatori, informatici, medici, sociologi e altri che detengono potere conoscenza e esperienza, lavorino uniti per costruire, e proteggere, le città e la natura. Abbiamo bisogno anche di politici competenti e avveduti che regolino il tutto – ma qui sappiamo che è difficile – di leader visionari e affidabili. Abbiamo bisogno di grattacieli che non collassino, di case che proteggano, di ospedali ultra-efficienti, di mezzi di trasporto che non inquinino, di ponti che non crollino, di sistemi di controllo onniscienti, di orti, giardini, boschi, foreste che ci garantiscano. E di tanto altro ancora. 
Cominciamo a chiederlo agli architetti, che hanno in mano le nostre città e le stanno trasformando in scenari da fantascienza. Dove già oggi i palazzi accarezzano le nuvole, i muri sono onde di vetro e acciaio che sfidano le regole della statica, tetti e facciate sono pizzi parametrici, cupole trasparenti climatizzate sono il cielo di parchi case trasporti e spazi pubblici che convivono in questo ambiente artificiale come in un reale Truman Show. L’architettura è diventata missione, è diventata arte, è diventata scienza.
E il design, in tutto questo? Chiederemo al design di essere meno frivolo e più sostanzioso, meno ego-centrico, senza rinunciare alla bellezza, alle emozioni, alle storie che sa raccontare, alle funzioni che sa inventare. Gli chiederemo di rispondere ai desideri e ai bisogni di tutti, di essere insieme esclusivo e democratico, perché nessuno si senta escluso.
Mi piacerebbe che il terzo millennio, così drammaticamente cominciato, potesse imparare da questa crudele lezione di un virus ignoto che lo sta uccidendo ad essere migliore, più saggio e previdente. Capace di ascoltare le Cassandre che predicono pericoli imminenti ma cui nessuno, presi come siamo dal vortice della nostra vita, vuole credere.
Chi meglio degli architetti, e degli avveniristici team che li attorniano, possono prendersi la loro parte di responsabilità per quel mondo più sicuro che vorremmo lasciare ai nostri figli?
 








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