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14/05/2021 | DESIGN, PEOPLE

SILVANA ANNICCHIARICO. DALLA PARTE DELLE DONNE

Di: Gisella Borioli, intervista

Architetto, curatrice, docente del Politecnico di Milano, direttore editoriale ma soprattutto, dal 1998, Conservatore della collezione permanente del Design alla Triennale di Milano e Direttrice del primo Museo del Design della città, progettato da Michele De Lucchi, dove rimane fino al 2019. Nel 2016 apre una finestra sulla creatività al femminile con la mostra “W. Women in Italian Design”. Chi meglio di lei può parlarci di Donne & Design?

Sei stata direttrice del primo Museo del Design di Milano. Un ruolo molto importante per una donna 13 anni fa. Come sei arrivata fin lì?
Ti ringrazio per averlo ricordato: a Milano il primo Museo del Design in Italia nasce nel 2007 e per 11 anni ha indagato la storia del design italiano a partire da domande e interrogativi differenti, perché non esiste una storia del design ufficiale, univoca e condivisa universalmente. Un “Museo mutante” dove ogni anno il visitatore, durante il Salone del Mobile, trovava una nuova narrazione realizzata da diversi curatori, con ibridazioni e con allargamenti disciplinari necessari per la comprensione della disciplina del design. Si trattava di un’idea innovativa, non canonica, non appiattita alla conformazione tradizionale dei musei di storia di arte figurativa. Ma in Triennale in realtà ero arrivata nel ‘98 e per 7 anni ho lavorato a gettare le basi per la creazione del Museo,  dalla creazione della Collezione permanente del design italiano della Triennale (a partire dal nucleo originario della Collezione assemblato da Giampiero Bosoni), oggi trasformata in Museo del Design, alla creazione dei servizi necessari per il funzionamento di un Museo (la Biblioteca del Progetto, acquisizioni di archivi, creazione di studi Museo, il primo dedicato a Achille Castiglioni, un laboratorio di restauro, laboratori permanenti didattici ecc.), una campagna di esportazione capillare del design italiano in tutto il mondo… Sono arrivata in Triennale dopo alcune importanti esperienze internazionali, soprattutto in paesi del Sud del mondo, e dopo anni di vicedirezione della rivista Modo. In Triennale sono stata selezionata da un Maestro indiscusso come Tomas Maldonado: sotto la presidenza prima di Alfredo De Marzio, poi di Augusto Morello, di Davide Rampello e di Claudio De Albertis. E’ stato un lavoro appassionante e importante, che ha dato un contributo, credo, originale al consolidamento della cultura del progetto dentro la città di Milano, e a fare di Milano non solo la capitale commerciale ma anche la capitale culturale del design. 

Un “museo” diverso, progettato con Michele De Lucchi. Con quale punto di partenza comune?
L'idea di partenza, nel progettare il nostro Museo "mutante", era che il design è fatto di oggetti d'uso, della quotidianità, ma con anche implicazioni fortissime con il mondo dell’arte, dell’architettura… Doveva essere un Museo del design capace di lavorare sulle relazioni che gli oggetti hanno avuto e hanno con le nostre vite. Il design è una disciplina ancora viva, vitale, in continuo divenire. Va interrogato, prima ancora che monumentalizzato. Se ci fossimo limitati a mettere in fila oggetti inanimati, con qualche didascalia tecnica esplicativa, semplicemente innescando l’effetto nostalgico, o l’ebbrezza del vintage, il rischio sarebbe stato quello di creare un museo-mausoleo, un museo-necropoli, un museo-cimitero. Volevamo creare un pubblico allargato e diversificato. Doveva essere collocato nel punto più visibile del Palazzo di Muzio, al primo piano con un affaccio e una vetrina sullo scalone d’Onore. De Lucchi ha fatto un lavoro straordinario filologico sui documenti originali di Muzio per riportare gli spazi della curva alla loro autenticità, imprimendo ariosità e trasparenza facendo così riapparire la straordinaria architettura degli anni Trenta. Ma con coraggio e gentilezza ha introdotto un elemento di innovazione, il ponte in bambù sospeso sullo scalone per dare un forte impatto visivo e una nuova circolazione. Anche questo intervento era rispettoso di Muzio, visto che il volume dello Scalone è stato sempre teatro di grandi installazioni. C’è una bellissima pubblicazione Michele De Lucchi. Il Museo del Design e la nuova Triennale che racconta tutti gli interventi realizzati in 5 anni per la riqualificazione del Palazzo di Muzio.

Memorabile la mostra W. Women in Italian Design del 2016. La scelta delle presenze era molto ampia e trasversale (c’ero anch’io che non sono una designer). Quale era l’idea di fondo?
L'idea era di rivelare un continente sommerso. Le storie del design italiano, scritte per lo più da maschi, annoverano nel migliore dei casi 5 o 6 designer donne, sempre le solite: Anna Castelli Ferrieri, Gae Aulenti, Cini Boeri e poche altre. Io ne ho censite e proposte più di 400. Il design italiano nel Novecento è stato indiscutibilmente un design patriarcale, con poche eccezioni. Come se le donne non ci fossero state. All’inizio, invece, c’erano eccome le donne. Filavano, tessevano, intrecciavano tessuti, modellavano la ceramica, lavoravano il legno, inventavano forme e soluzioni dell’abitare e del vestirsi, ideavano nuove tendenze, ma è difficile che si ritagliassero un ruolo da protagoniste, spesso hanno lavorato all’ombra di qualche uomo. Un esempio? Il lettino Day-bed 1930 non fu solo opera del genio di Miles van der Rohe, ma soprattutto della sua compagna, Lilly Reich. La mostra voleva colmare questa “rimozione” del femminile, raccontando “l’invisibile presenza” delle donne nella storia del design, dagli inizi del Novecento a oggi. Una presenza ancora conosciuta troppo poco, una presenza quantitativamente e qualitativamente rilevante che, fino a oggi, è stata invece nascosta, sottostimata, marginalizzata con finta noncuranza dalla critica e dalla storiografia contemporanea. Non c'erano solo designer, in questa edizione del Museo: c'erano galleriste, giornaliste, docenti, collezioniste, nella consapevolezza che la galassia del design è sempre più complessa e va indagata nella sua affascinante pluralità. 

Piano piano la creatività femminile si è messa, faticosamente, in vista. Pensi di essere stata una pioniera in questo senso?
Prima di me e di W. Women in Italian Design c'erano già stati studi e ricerche volti a illuminare il ruolo delle donne nella storia del design italiano. Penso ad esempio ad Anty Pansera, o a Marion Vignal. Certo l'edizione del Museo in Triennale ha fatto uscire la questione dall'ambito accademico, dalla riflessione fra studiose, e ne ha fatto un problema politico-culturale. Non solo: il numero enorme di visitatori e visitatrici che sono andati in Triennale per W. Women in Italian Design ha reso ormai impraticabile ogni ipotesi storiografica che non tenga in debito conto il ruolo e il contributo delle donne. Siamo davvero di fronte a un cambio di paradigma. 

Oggi Superstudio riprende il tema proprio in occasione del ritorno della Milano Design Week dopo aver saltato due edizioni. E ti ha chiamato come curatrice. Il panorama femminile è cambiato?
E' cambiato sul piano quantitativo, perché le donne sono molte di più, e sul piano qualitativo, perché sono più consapevoli del proprio ruolo, e hanno meno sudditanza psicologica nei confronti di una disciplina tradizionalmente patriarcale come il design. Su alcuni temi, come la sostenibilità, o il design del riuso, le donne sono in prima fila. Hanno una visione cosmopolita, dialogano con il mondo, non conoscono frontiere e sono molto veloci nell'individuare i problemi emergenti a cui il design può e deve cercare di dare risposte. 

Perché in Italia le studentesse di design e architettura sono molte ma le professioniste note e affermate sono poche?
In realtà il numero delle donne che si stanno affermando è sempre più importante. E la mostra che faremo a settembre lo metterà in evidenza e contribuirà a far luce su questa nuova onda carica e potente di nuova linfa e fertilità per il futuro del progetto.

Se dovessi segnalare tre donne contemporanee di grande valore, architette designer visionarie, secondo te, chi sarebbero?
Domanda difficile. Sono tante le donne di valore. Ma mi piace segnalarti tre donne che ho visto crescere in questi anni a cui sono affezionata. Alessandra Baldereschi per la sua visione poetica e romantica, Francesca Lanzavecchia per la sua attenzione alle categorie fragili, Elena Salmistraro per la sua carica dirompente.


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