Special Guest di Superstudio Design 2026 Marcel Wanders, carismatico protagonista del design contemporaneo e assoluta star di quello olandese, ha debuttato al Superstudio Più 25 anni fa. Oggi proprio qui lo ospitiamo in una grande mostra antologica dedicata a lui e al suo lavoro per Moooi. Così risponde a tre domande di Gisella Borioli.
Come è cambiato il design negli ultimi 25 anni?
Il design è cambiato profondamente negli ultimi 25 anni, ma la trasformazione più importante non è estetica, bensì filosofica. Nei primi anni Duemila, il design era ancora centrato sull’oggetto: forma, materiale, autorialità, ricerca della perfezione. Oggi ci troviamo in quella che definisco una rinascita contemporanea dell’umanesimo.
Il design si è avvicinato alle persone, alle emozioni, ai piccoli rituali della vita quotidiana. L’oggetto non è più l’eroe; lo è l’esperienza umana. Gli strumenti digitali hanno accelerato la creazione, aperto il campo a più voci e reso la sperimentazione più accessibile. Ma questa velocità ha anche rivelato qualcosa di essenziale: la perfezione non è più l’obiettivo. L’imperfezione, la traccia della mano, l’irregolarità, il dettaglio inatteso sono diventati segni di autenticità. Ci ricordano che il design è un atto umano, non meccanico. La sostenibilità è passata da interesse di nicchia a responsabilità fondamentale. Oggi ai designer si chiede di pensare all’intero ciclo di vita di un oggetto: come viene realizzato, come invecchia e come ritorna al mondo. Ciò che non è cambiato è il bisogno di significato. In un mondo rumoroso e accelerato, i progetti più preziosi sono quelli che risultano umani, intenzionali, imperfetti e silenziosamente vivi.
Come sei cambiato negli ultimi 25 anni?
Spesso si pensa che 25 anni trasformino una persona, che il tempo smussi gli spigoli, sostituisca il fuoco con la cautela e trasformi l’istinto in strategia. Ma nel mio caso è vero il contrario. Se guardo a Wanders Wonders del 1996, il mio piccolo ma esplosivo libro, riconosco me stesso oggi. Le intuizioni che lo hanno plasmato continuano a plasmarmi. Sono cresciute, certo: più stratificate, più articolate, più solide. Ma il nucleo è rimasto invariato. La fiamma è sempre la stessa, ardente. Semmai, gli anni hanno solo reso più chiara la missione che avevo scritto allora: “creare un ambiente d’amore, vivere con passione e realizzare i miei sogni più entusiasmanti”. Non era uno slogan, ma una bussola. E lo è ancora. Continuo a correre verso idee che altri chiamano illusioni. Continuo a saltare più in alto di quanto la ragione suggerisca. La differenza è che oggi atterro in piedi, con prove, mestiere e una vita di esperienza alle spalle. Nella mia vita personale, il confine tra lavoro e gioco è sempre stato poroso. Vivo nelle parole di L. P. Jacks: “Il maestro nell’arte di vivere distingue poco tra il lavoro e il gioco…”. Non era un’aspirazione, ma una diagnosi. Allora, come sono cambiato? Non diventando qualcun altro, ma diventando più preciso nell’essere me stesso. Più maturo, più completo, ma ancora guidato dallo stesso fuoco giovanile che si rifiuta di spegnersi. Se questo significa “incapace di imparare”, allora è la più bella forma di incapacità.
Come immagini il design e il mondo tra 25 anni?
Credo che il futuro sarà più luminoso di quanto osiamo immaginare. Entro il 2050, il design sarà diventato una disciplina pienamente umana: intuitiva, emotiva, generosa. La tecnologia sarà potente ma discreta, al servizio della vita e non dominante su di essa. I materiali saranno intelligenti, e la vera intelligenza si rivelerà nel modo in cui li useremo: con empatia, misura e immaginazione. Comprenderemo finalmente che il progresso non si misura nella velocità, ma nella profondità. Eppure, come si dice, “chi sa davvero non fa previsioni”. Il futuro è troppo fluido, troppo vivo, troppo splendidamente instabile per essere catturato in una previsione. Possiamo però intuirne la direzione: verso l’umanesimo, verso il significato, verso un mondo in cui il design non è decorazione ma una forza culturale capace di modellare il nostro modo di vivere, amare e convivere. La certezza è nemica della creatività. È nell’ignoto che respira l’immaginazione. Preferisco quindi pensare al futuro non come a una destinazione, ma come a una strada: una lunga strada aperta che si rivela passo dopo passo. E se il futuro rifiuta di mostrarsi, percorrerò quella strada guidato dalla stessa missione che mi accompagna da sempre: “creare un ambiente d’amore, vivere con passione e realizzare i miei sogni più entusiasmanti”. Perché, in fondo, “il modo migliore per prevedere il futuro è crearlo”.