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25/06/2020 | DESIGN, PEOPLE
L'INTERVISTA DEL GIOVEDI'

MICHELE DE LUCCHI: "IL COSTRUTTORE DI OGGETTI"

Di: Gisella Borioli

Un amore forte per il legno e gli elementi naturali, il rispetto per l’ambiente, per la tradizione coniugata alla più spinta contemporaneità caratterizza il lavoro di Michele De Lucchi e del suo “circle” interdisciplinare di progettisti, innovatori, umanisti e futurologi con cui progetta palazzi, musei, interni, design, piccole sculture, sviluppo urbano o progetti di grande complessità. Era nel gruppo di Sottsass agli esordi di Memphis. È oggi forse il più importante e ricercato protagonista della Milano che cambia.

2000/2020 In vent’anni cosa è cambiato, cosa cambierà?
Dall’inizio del nuovo millennio l’ondata digitale ha cambiato il modo di approcciare le più svariate realtà quotidiane e lavorative, creando enormi potenzialità che sono in continuo sviluppo. Ci sono piattaforme che promuovono il "download design", sistemi di prototipazione rapida, stampanti 3D e macchine a controllo numerico dalle sofisticate tecnologie. Inoltre, diventa sempre più facile fotografare, filmare e scrivere e si stanno sviluppando nuovi modi di narrazione che mescolano tutti questi registri espressivi coniugati su supporti digitali. Data la rapidità di progressione è oggi possibile parlare di nuove libertà progettuali, ma sono anche necessarie le capacità di scoprire nuovi usi del potenziale tecnologico a disposizione.

Il segno istintivo, il fil rouge del suo lavoro?
È ormai difficile capire se sono un designer, un architetto, un artista, un curatore: così, la mia posizione oggi è di “costruttore di oggetti”. Siano essi architetture o prodotti, l’importante è che abbiano un significato intrinseco che possa andare oltre le necessità funzionali deperibili, legate alle mode, al progresso tecnologico e ai cambiamenti sociali. Un oggetto ha senso se, oltre alla funzione, comunica emozioni, testimonia immaginazione e stimola l’evoluzione della società.

Con quali aggettivi definirebbe le tendenze del design contemporaneo?
Questa disciplina - che nel passato era considerata tecnica - è sempre più lo specchio dei bisogni antropologici e immaginativi delle persone. Quindi antropologico e immaginativo sono gli aggettivi migliori.

Ritroviamo la sua esperienza al Superstudio. In che anno, cosa e come ha presentato la sua proposta?
Il progetto del Superstudio Cafè è stato fatto tra il 2007 e il 2008. In questi due anni abbiamo avuto tanti incontri con la direttrice Gisella Borioli, durante i quali abbiamo discusso il carattere dello spazio, i colori e i materiali. La caffetteria si trova in un’area ex-industriale con edifici bassi attorno a una corte, abbiamo lavorato sulla riconoscibilità del luogo creando delle cornici colorate attorno a ciascuna finestra. L’obbiettivo era quello di favorire l’incontro delle persone e la socialità.

Quanto è stata importante la mise-en-scene?
La caffetteria è stata fatta appena dopo aver ristrutturato il Teatro Franco Parenti. Freschi dell’esperienza del palcoscenico diffuso, abbiamo usato pavimenti in assito di abete simili a quelli del teatro e un’illuminazione teatrale sulle gigantografie delle sculture di Casette. Lo spazio è molto aperto e conviviale con grandi tavoli. È un mix tra galleria d’arte e teatro per flessibilità della luce e possibilità di riconfigurazione dello spazio per esposizioni ed eventi.

Un aneddoto, un incontro, ricordo di quella esperienza?
L’incontro con Gisella Borioli e Flavio Lucchini, quando ho fatto vedere i miei modelli di legno realizzati con la motosega. Mi è sembrato di averli impressionati per l’uso che facevo di uno strumento così grezzo per fare oggetti così dettagliati.

Cosa deve avere, oltre al prodotto, una esposizione “fieristica” per essere attrattiva e convincente?
Essere un evento che crei coinvolgimento tra le persone e movimento in città. 

Se dovesse citare massimo tre icone del design di questi ultimi vent’anni, sue o di altri, quali sarebbero?
L’iPad perché coniuga esigenze di mercato con l’identità del creatore e introduce nuovi comportamenti collettivi. La caffettiera Pulcina di Alessi perché ha dato una nuova peculiarità a un prodotto che ha la stessa forma da decine di anni. Gli oggetti di Bottega Ghianda, un’eccellenza italiana del fare artigianale. 

Cosa è per lei il Fuorisalone di Milano?
Una grande occasione di discussione e di riflessione sulla modernità e sul futuro. Al Fuorisalone, a volte, si presentano progetti che non sono nemmeno completi, si espongono prototipi o addirittura solo concetti, ma anche questo apre la strada al design futuro. Ogni anno, orde di visitatori vengono a Milano alla ricerca di nuove idee e nuove tendenze e la città si trasforma in un grande laboratorio e in una galleria d’ispirazione continua. La città diventa così vitale che ti senti vitale anche tu.

Milano capitale del design. Lo è o cosa le manca per esserlo più compiutamente?
Oggi sono tante le città che si contendono il titolo di capitale del design, ma tra tutte Milano rimane la città d’elezione, dove sono venuto negli anni Ottanta e da cui non mi sono più mosso. Allora c’erano gli architetti, i cosiddetti “Maestri”, e oggi ci sono tutti i miei colleghi, docenti, architetti e designer; ci sono le aziende italiane, fatte da un numero ristretto di persone davvero in grado di fare le cose; e poi ci sono i giornalisti, le riviste e gli uffici di comunicazione necessari per diffondere l’informazione e creare delle relazioni. A Milano, queste energie tecniche e umanistiche sono in costante ebollizione e producono combinazioni di idee e di elementi da far evolvere ulteriormente.

Superstudio Cafè 2008, Ph Alessandra Chemollo
Casetta 111 by Michele De Lucchi, 2007
Casetta C41 by Michele De Lucchi, 2007
Superstudio Cafè 2008

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