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02/03/2021 | MODA

E DOPO LE SFILATE VIRTUALI…

Di: Gisella Borioli

La Camera della Moda aveva annunciato lo sforzo eccezionale di tutto il comparto moda per l’appuntamento con la Milano Fashion Week di questo febbraio. E così è stato. Una settimana intensa, con un numero di presenze, tra sfilate e presentazioni, da non aver nulla da invidiare alle sfilate “normali”, quelle che dettavano legge e business nei tempi felici in cui la parola pandemia non rientrava nel linguaggio comune. Sette giorni di eleganza e stravaganza in risposta a un solo interrogativo: e domani?

Dunque passerelle virtuali, walk-in tra architetture e monumenti, teatri svuotati, passerelle di luce nel buio, scenografie visionarie, panorami campestri, appartamenti rassicuranti, ambienti spiazzanti, interventi grafici sono stati la cornice virtuale della moda autunno/inverno 2021/22. Con le superstar della moda italiana, i brand di livello internazionale, i rassicuranti classici, i contemporanei, gli emergenti, i trasgressivi, le “nicchie” fashion, gli accessori. Tutti liberamente accostati, l’uno dietro l‘altro. Un panorama libero e variegato, una testimonianza aperta e puntuale, tra new-classic e provocazione, tra strict-chic e street-mix.
Tra le proposte più coerenti e interessanti quelle di “Black Lives Matter in Italian Fashion” con cinque fashion designer PoC (people of color), perfetti interpreti del crossing culturale che i movimenti del Terzo Mondo hanno innestato in quello Occidentale.
Tutto il resto non indica tendenze univoche (ad eccezione di qualche segnale) ma piuttosto una ancora più esaltata libertà di scelta e di stili dove i contrasti convivono e creano un panorama complesso e non classificabile.
Certo forte è la presenza del nero, di pari passo col bianco: una certa severità consapevole dei tempi che viviamo che sembra perfino rispolverare il pudore, per poi abbandonarlo improvvisamente con abiti lunghi e accollati ma completamente trasparenti.
Altro segnale inequivocabile di una nuova normalità che non stupisce ma avvolge con discrezione è l’abbondanza di monocolore: tutto blu, tutto beige, tutto ton-sur-ton. E ovviamente anche il suo contrario con composizioni di colori sfacciati che mettono allegria. Lunghissimi gli abiti, i cappotti i pantaloni, in compenso le gonne sono anche cortissime e gli shorts invernali spariscono sotto le giacche. Molti i tailleur-pantaloni, di taglio abbondante e tessuti maschili da essere indossati anche da lui. Compaiono spesso gli uomini, tra le eteree e accigliate modelle, e non disdegnano invece di indossare top a griglia sul petto nudo, gonne, spolverini, camicie stampate, tacchi e borsette e persino gioielli rubati al loro guardaroba. L’identità di genere sembra non interessare a nessuno nell’avanzatissimo mondo della moda: e così i vestiti che molti propongono sono perfettamente intercambiabili senza distinzione di sesso.
Il lockdown con conseguente smartworking ha lasciato in eredità tute-relax, pantaloni con elastico in vita, maglieria confortevole, un atteggiamento cozy anche in occasioni formali.
Tra tanta severità e tanta trasgressione compare a volte un pizzico di romanticismo: fiori stampati, spille-fiore, ruches delicate, pizzi candidi, trasparenze botticelliane. Molti i rimandi al passato, sia rispolverando pezzi vintage autentici mescolati ai nuovi, sia guardando nel retrovisore degli anni ‘80 e ’90. E il suo opposto: “pezzi” di guardaroba pensati con nuove tecnologie per la ZGeneration: stampe in 3D, frange di nylon, plastiche e polimeri trasformati in “tessuti-non-tessuti”, effetti cangianti come te li rimandano uno dei mille schermi che ci filtrano il mondo.
La fine di questa anomala Fashion Week lascia gli occhi saturi e la testa piena di pensieri. Massimalismo? Minimalismo? E il famoso new-normal tanto vaticinato? La moda rispecchia una visione di società spezzettata, confusa, poliedrica, inclusiva, dove lo stile lo fa l’individuo e non i diktat degli stilisti. Dove la creatività si mostra in mille rivoli e non segue necessariamente le indicazioni del marketing e del mercato. Le nicchie diventano importanti. Per certi versi mi ricorda la rivoluzione degli anni 70, che ci portò fuori dal perbenismo ingessato della tradizione per indirizzarci verso nuovi orizzonti. 
Dal punto di vista dello show le sfilate, quelle essenziali e quelle spettacolarizzate, hanno assolto il loro compito, lasciando il tempo di gustare le uscite. Interessanti ma da calibrare meglio i video, piccoli “corti” visionari che della moda hanno dato solo accenni. E per le new entry invitano alla controprova.
E’ stata una bella maratona, comodamente seduti in poltrona. Ma una volta di più ci auguriamo un ritorno della moda “in presenza” con il corollario di quella “in assenza”.

Valentino, Milano Fashion Week February 2021
Prada, Milano Fashion Week February 2021
Armani, Milano Fashion Week February 2021
Antonio Marras, Milano Fashion Week February 2021

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