Quello che emerge è un artista ossessionato dalla materia, dalle sue fratture e dai suoi misteri. Le superfici si aprono, si rompono, rivelano mondi nascosti. Un linguaggio che dialoga naturalmente anche con maestri del Novecento come Boccioni, in un continuo confronto tra energia, movimento e trasformazione della forma. Uno dei momenti più suggestivi arriva però alla fine del percorso, quando le opere escono dalle sale e incontrano il giardino e la corte interna delle Gallerie d'Italia. Qui la Sfera Grande in vetroresina bianca diventa quasi un’apparizione: una forma levigata e luminosa che si contrappone al bronzo delle versioni più note, aprendo idealmente lo sguardo sulla ricerca di Pomodoro verso la scomposizione interna della forma. È il momento in cui si capisce davvero quanto l’artista abbia sempre pensato le sue sculture non come oggetti isolati, ma come presenze capaci di trasformare lo spazio che le accoglie. Ed è proprio da qui che viene voglia di proseguire il viaggio. Per capire davvero l'universo di Pomodoro vale la pena lasciare il centro e dirigersi verso la Zona Tortona, dove si trova il Labirinto di Arnaldo Pomodoro. Un luogo ancora poco conosciuto rispetto alla sua importanza. Più che un museo, è un'opera da attraversare: un ambiente immersivo fatto di simboli, passaggi e architetture immaginarie che si ispira all’Epopea di Gilgamesh. Il Labirinto è stato un progetto in continua trasformazione, sviluppato da Pomodoro nell’arco di molti anni, quasi come un organismo vivo che cresce e si ridefinisce nel tempo. Oggi si integra perfettamente con il contesto culturale e artistico della Zona Tortona, un quartiere che a sua volta si è evoluto profondamente, fino a diventare uno degli spazi più riconoscibili della scena creativa milanese contemporanea. La mostra alle Gallerie d'Italia racconta la storia dell'artista. Il Labirinto, invece, permette di entrare nel suo immaginario. In questo senso, per Pomodoro l’artista non è mai un “unicum” isolato, ma parte di un tessuto culturale più ampio e vivo, in cui ogni opera nasce dal dialogo con il proprio tempo e lo restituisce trasformato. Come lui stesso ricordava, “l’artista è parte di un tessuto di cultura, il suo contributo attivo non può venire mai meno”.



