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18/06/2020 | DESIGN, PEOPLE
L'INTERVISTA DEL GIOVEDI'

PIERO LISSONI: GOLDEN AGE AL SUPERSTUDIO

Di: Gisella Borioli

Il suo stile raffinato, essenziale, con una forte e riconoscibile identità visiva, è forse la chiave di un successo che tocca vari ambiti della progettazione in campo internazionale, grazie anche a due studi a Milano e New York. È stato tra i primi architetti a far parte della “banda” di giovani progettisti che Giulio Cappellini ha raccolto intorno a sé per le prime esposizioni al Superstudio fin dall’inizio del millennio. Esperienze per noi, e per lui, indimenticabili.


2000/2020 In vent’anni cosa è cambiato, cosa cambierà?
È cambiato tutto e non è cambiato niente. Forse siamo diventati più bravi, più veloci ed abbiamo preso una consapevolezza nel fare le cose.

C’è stata una popolarizzazione del design?
Io credo di sì ma non tanto come massificazione, secondo i parametri classici. Io credo che il design sia diventato più grande come modello intellettuale. Vent’anni fa parlare di design era già abbastanza “massificato” ora lo è diventato ancora di più. Più persone nel mondo si avvicinano a questo universo, e non è stato semplicemente l’arrivo delle grandi catene che hanno venduto o stanno vendendo il design cosiddetto democratico ma semplicemente il design è diventato più interessante, più ampio. In virtù di tutto quello che è accaduto con le interviste, le fiere, i social e tutto ciò che accade nella comunicazione delle nuove generazioni sì, il design è diventato più popolare.

Influente come il linguaggio della moda?
Secondo un certo aspetto sì. I miei colleghi inorridiscono perché pensano sia superiore, in virtù di qualche discutibile maestro, parlo di Enzo Mari, del gruppo Superstudio di Firenze o di Dieter Rams, che avevano messo il design come modello intellettuale capace di influire politicamente nella qualità delle nostre vite. Per questo quando mi parli di moda, sì il design è diventato un influencer perché viviamo con intorno elementi cosiddetti stilistici. Influenza la vita come fa la moda e in qualche modo abbiamo costruito modelli diversi a seconda dei diversi interlocutori: per chi ha voluto vivere in un mondo più decorato, un mondo più semplice o un mondo più contaminato. Anche per le aziende, quando noi parliamo di design lo interpretiamo in forma snob come se fosse una versione aristocratica di un modello culturale molto elevato, quando in realtà sono invece semplicissimi modelli estetici.

Il segno distintivo, il fil-rouge del tuo lavoro?
Fai un passo indietro, io da architetto che fa design penso che il fil-rouge del mio lavoro sia il costante dialogo che ho con le aziende, il designer da solo non va da nessuna parte, il designer può raccontare una sorta di sogno ma se non trovassimo interlocutori in grado di prendersi il rischio di dialogare con noi, il design non esisterebbe. Il design esiste grazie ad aziende in grado di pensare in questa direzione, ed è Il mio filo rosso: essere parte di una realtà cosi complessa, essere parte di un mondo fatto di tante sinapsi o tante connessioni differenti. Senza questo mondo il mio filo si spaccherebbe perché allora parleremmo solo di stile ma è molto più complicato. Cerco un approccio stilistico semplice ed estetico, che ha bisogno del paradosso di complessità alle spalle.

Possiamo parlare di eleganza italiana?
Più che italiana parlerei di milanesità, a me piace molto l’idea di essere cresciuto in quest’aria che mi ha in qualche maniera inquinato e allo stesso tempo reso così europeo. Milanese perché c’è questa sostanza nel fare le cose, nel farle bene e nel metterti in discussione e rimanere allo stesso tempo chi sei, europeo perché la cultura che mettiamo in gioco è quella europea. Quante volte ti capita di respirare il profumo di un’idea a Parigi perché sei a Parigi, non perché sei a New York? Pensa solamente in termini linguistici, per sopravvivere in Europa minimo devi saper parlare due lingue, se sei un inglese ti basta sapere la tua e da qui la cultura si chiude.

Con quali aggettivi definiresti le tendenze del design contemporaneo?
Il design usa linguaggi differenti, alcuni designer sono molto bravi a muoversi tra questi ed essere sempre capaci di interpretarli. Se dovessi scegliere direi libertario, abbastanza responsabile.

Ritroviamo la tua esperienza al Superstudio. In che anno, cosa e come ha presentato la sua proposta?
Io ho lavorato a Superstudio in quella che definisco The Golden Age, per me era la preparazione con Giulio delle sue straordinarie intuizioni spettacolari, questa specie di mise-en-scène teatrale che ogni anno diventava una kermesse inaspettata. Per me Superstudio ha voluto dire sorpresa, ha voluto dire sistematicamente una specie di preparazione ad un’opera teatrale a tutto tondo, dovevi essere un bravissimo scenografo e allo stesso tempo dovevi controllare quello che poteva essere l’elemento della sorpresa. Ho vissuto in modo romantico e forse, come si potrebbe definire, alla garibaldina gli anni spettacolari di Super- studio, che da un luogo dimenticato diventa il centro di quello che deve accadere durante la settimana del design a Milano, ancor più della Fiera. Parliamo di quando la Fiera era un luogo ammuffito, anche idealmente e strategicamente, e Superstudio arriva come una manata sulla tavola, arriva con via Tortona, le kermesse, la musica, una vita completamente diversa, di là le mummie e di qua un altro mondo, un mondo che ha saputo cambiare l’altro mondo, come quando è arrivato l’iPhone, di colpo tutti gli altri telefoni sono diventati pezzi di pietra. Gli altri non lo vorranno mai sentire perché sono convinti che Milano fosse solo Salone del Mobile.

Tutta Milano si è superstudizzata, portando il concetto di evento-design a tutta la città. Bene o male?
Bene, è come se tu avessi modificato il DNA di una creatura, come se fossero dei frutti transgender, è partito e ha inquinato e iniziato una specie di epidemia che ha lavorato su tutta la città, e quello che prima era muffa della Fiera e tre negozi in centro, una città spenta, con l’esperienza Superstudio apprende che si possono fare cose diverse per tutta la città.

Quanto è importante la mise-en-scène in tutto ciò?
Io credo sia molto importante, se posso dare una colpa a Superstudio è che da un certo punto diventa più importante di quel che andava messo in scena. Quindi una non chiarezza dal punto di vista creativo da parte delle industrie che si presentavano, che hanno truccato delle mancanze di idee con delle presentazioni spettacolari, molto belle per l’esperienza ma spesso con pochi contenuti da raccontare. La mise-en-scène è fondamentale, come se andassi a vedere un’opera, puoi avere l’orchestra migliore ma se non hai le luci adatte e un’idea sulla scenografia qualcosa manca. Io credo sia fondamentale che le due parti si bilancino, eccellente kermesse ed eccellenti prodotti.

Se dovessi citare massimo tre icone del design?
Di sicuro non le ho fatte io, di icone vere potrei prendere una lampada disegnata da Michele De Lucchi e penso ad una Tolomeo, mi viene in mente una sedie trasparente disegnata da Philippe Starck e un divano disegnato da Antonio Citterio che è Charles.

Design come alibi per vendere qualsiasi prodotto. Cosa ne pensi?
Va bene. Ormai si parla solo di design, anche gli stilisti si mettono nel nostro mondo perché prendono il grande cappello intellettuale dell’essere designer, e ben venga. Se in futuro potremo disegnare le molecole e entrare come designer nel disegno delle nanotecnologie per migliorare il corpo non mi sembra male.

Superstudio 2001: Piero Lissoni and Giulio Cappellini (front), with Bouroulleec brothers, Carlo Colombo, Jasper Morrison
Superstudio 2001: Piero Lissoni and Giulio Cappellini
"Uni" Piero Lissoni for Cappellini
"Supersoft" Piero Lissoni for Cappellini

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