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10/01/2022 | ARCHITETTURA, PEOPLE

LUISA BOCCHIETTO. IL DESIGN AL FEMMINILE

Di: Silvia Zanni

È stata Presidente dell’ADI – l’Associazione per il Design Industriale – della World Design Organization, componente del Consiglio italiano per il Design del Ministero dei beni culturali, quattro volte ambasciatrice per la Farnesina del Design Italiano. Curatrice, architetto, designer, Luisa Bocchietto già nel 2008 ha dimostrato una sensibilità personale alla causa femminile quando ha curato la mostra DcomeDesign, che fece luce sulla specificità del design femminile. Nel 2022 Superstudio tornerà a valorizzare le donne e il loro contributo creativo negli ambiti del design e dell’architettura. Nel farlo, non poteva affatto prescindere da una “chiacchierata” informale con una delle protagoniste del design italiano oggi.

Come spiega l’altissimo numero di donne designer e architette brillanti di contro alla piccolissima percentuale che effettivamente poi emerge? Quali sono le maggiori resistenze che incontrano?
Penso che siano resistenze sociali dovute ancora alla fatica di affermarsi da parte di donne che devono contemporaneamente occuparsi della famiglia (dei figli prima e dei genitori poi); la cura in questo campo, infatti, – e lo abbiamo visto in modo evidente con la pandemia – ricade molto ancora sulle spalle delle donne che non possono concentrarsi completamente sul lavoro. Diverso per l’uomo da cui ci si aspetta che insegua la propria affermazione professionale in via prioritaria. Per la donna, invece, è ancora forte la pressione sociale: deve essere lei, il più delle volte, a sacrificare le proprie aspettative lavorative per la famiglia in diversi momenti della sua vita. La parità di opportunità e di libertà, in questo senso, è ancora lontana, nonostante molte cose siano cambiate e stiano cambiando nel corso degli ultimi anni. Essere donna, moglie, madre e avere successo resta per molte una scelta difficile e spesso alternativa. Si tratta di optare per un o/o piuttosto che un e/e. Poi c’è un elemento di freno più sottile: l’affermarsi professionalmente e culturalmente sembra mettere in discussione la propria femminilità per assumere un carattere volitivo e maschile.

Sembra esserci una tendenza delle aziende a valorizzare prevalentemente i prodotti maschili (e con valorizzare intendo “investire”) rispetto a quelli femminili. Quale spiegazione dà di questo fenomeno? 
Da un lato credo vi sia, almeno in parte, una questione di affidabilità valutata nel tempo per la permanenza in campo attivo del progettista sul mercato e quindi anche la sua affermazione; dall’altro, per gli stessi motivi già evidenziati, a causa della maggiore presenza di designer di genere maschile operanti con continuità. In generale, sicuramente, la maggiore capacità di acquisto condiziona le scelte del mercato.

Dal suo punto di vista quali sono le differenze tra un prodotto di design maschile ed un prodotto di design femminile?
L’impulso che anni fa mi portò a realizzare la mostra D come Design, al di là del desiderio di valorizzare il lavoro di tante professioniste, era la volontà di indagare se vi fosse un “design femminile” diverso da un “design maschile”. A conclusione del lavoro mi risposi che esiste solo un “buon design” e che questo rappresenta la cifra dell’interesse che ne deriva. Il design è lettura di ciò che ci circonda e ricerca di soluzioni per rispondere a esigenze comuni. È espressione di creatività e d’intelligenza, che appartengono in modo singolare a ogni persona. Ciò che conta alla fine sono però le opportunità di mettersi alla prova, che generano conoscenza continua e alimentano nuove esperienze. Avere occasioni di lavoro significa potersi esprimere e imparare e lasciare un segno.

Perché sembra ritornare sempre l’idea che le donne lavorino meglio e più volentieri – “siano portate per” – gli oggetti piccoli mentre i loro compagni/mariti/padri/colleghi per gli oggetti grandi (architetture)? Questione di ego?
Io sono un architetto, la mia visione parte dall’architettura e dal progetto, la metodologia progettuale usata è la stessa, per dirla con lo slogan di Rogers “Dal cucchiaio alla città”. Credo che tutto dipenda dalle opportunità e che, per i motivi sociali già evidenziati, alle donne ne siano state concesse di meno. Penso anche che le donne stesse ne abbiano pretese di meno, ma non penso che questo valga per il futuro. 

Molti i binomi noti lui/lei in cui a prevalere, spesso, è la figura di lui. Ciò genera uno scompenso d’immagine per non parlare di quello etico e professionale. Di che cosa è frutto? Come fare altrimenti? 
Il mondo è ancora principalmente a misura d’uomo e l’architettura e il design, come ogni altro settore, ne riflettono l’immagine. Oggi molto meno di quanto avveniva nel secolo scorso ma il processo è piuttosto lento. Sono stata la seconda donna Presidente dell’ADI (l’Associazione per il Disegno Industriale) in Italia e la seconda donna Presidente di ICSID/WDO, l’Organizzazione mondiale del design. Solo la seconda in 60 anni! In entrambi i casi, le altre due donne a ricoprire l’incarico sono state elette negli anni “60, in un periodo di rivoluzione dei costumi ma, poi, è come se poi quella ventata di cambiamento si fosse affievolita, fino a sparire, di fronte alle difficoltà concrete. In conclusione, credo che oggi il mondo professionale, politico, imprenditoriale abbia bisogno del contributo delle donne e che, quindi, lasci emergere anche il loro desiderio di affermazione.


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