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07/05/2020 | DESIGN, PEOPLE
L'INTERVISTA DEL GIOVEDI'

LUCA GNIZIO. LA BELLEZZA DEL RICICLO

Di: Gisella Borioli

Eco Social Designer, come lui stesso si definisce, ha la speciale capacità di far scaturire bellezza anche dagli scarti industriali. Un tema quanto mai d’attualità in tempi di sostenibilità e economia circolare. La sua prima mostra fu proprio al Superstudio 13, nel 2012. Sedute che parlano di un pensiero diverso sui rifiuti della nostra civiltà.

Raccontami la tua scelta di diventare eco-social designer o il “designer dei rifiuti” in anticipo sui tempi.
Era il 2008 e lavoravo come designer a tempo indeterminato per un’azienda di packaging, ma, dopo 5 anni, sentivo che la realtà aziendale era troppo stretta e avevo bisogno di “parlare con la mia voce”. Ero già molto affascinato e incuriosito dagli scarti plastici e vitrei che risultavano nel processo produttivo e mi ricordo che li raccoglievo per studiarli e reinterpretarli. Presto capii che, oltre a realizzare delle opere con i materiali di scarto che trovavo, avrei potuto attingere a molto più materiale aiutando le aziende a riciclare. Ogni mia creazione diventava via via sempre di più una mano all’ecologia, a cui velocemente unii anche la partecipazione attiva di associazioni sociali. In questo modo ogni mio lavoro sarebbe diventato un aiuto a 360°: ecologico e sociale. Non trovavo un termine adatto per spiegare la pluralità del mio lavoro nel 2009 creai la figura professionale dell’ecosocial designer.

Quale obiettivo ti prefissavi?
Prima di tutto quello di tradurre qualsiasi scarto che mi si fosse presentato in un nuovo prodotto di design o opera d’arte. Il risultato doveva essere innovativo, sorprendente e sofisticato, sdoganando di fatto l’idea che dallo scarto possa nascere solo un prodotto di minor pregio.

Oggi il tema del riciclo e dell’economia circolare è di grande attualità. Quale é il tuo contributo?
Il mio contributo è quello di creare dallo scarto un progetto che riesca a far collaborare sinergicamente non più un’unica azienda con associazioni sociali (ragazzi diversamente abili, carcerati, scuole, etc.), ma orchestrare delle ecosinergie che riescano a includere un numero sempre maggiore di attori, come ad esempio è accaduto con la Levi Strauss, dove ho coinvolto 300 negozi e associazioni sociali, oppure come ho fatto per il riciclo del marmo in toscana, coinvolgendo più di 80 aziende.

Hai avuto bisogno di collaborazione con le aziende e interlocutori attenti. Hai trovato porte aperte o chiuse?
Purtroppo, come per ogni nuovo lavoro, la più grande difficoltà è sempre stata quella di far passare il messaggio: apritemi la vostra azienda, presentatemi i vostri scarti e, analizzando lo scarto che “va per la maggiore”, vi studierò come tradurlo in un prodotto di design, in un’operazione mediatica, in un’opera artistica etc. Con mia grande sorpresa, anche quelle più importanti non erano ancora sensibili all’idea che il loro scarto potesse essere una risorsa. Tanti temevano che volessi incontrarli per spionaggio industriale.

La presentazione al Superstudio 13, nel 2012, univa la coscienza del recupero di scarti industriali con uno sguardo estetico e poetico che avvicinava il design all’arte. Ti senti più designer, artista, sperimentatore sociale o cosa?
È sempre stato il mio sogno diventare un designer, quando iniziarono a chiamarmi così mi sentivo molto orgoglioso, ma devo dire che poi in realtà, quando riuscii a non aver più vergogna di mostrare davvero cosa era per me una risposta creativa, quando iniziai a non preoccuparmi che le mie opere potessero sembrare folli (immagina la sedia in asfalto), allora capii che effettivamente non ero mai stato un vero designer, i designer di prodotto sono molto più tecnici. In merito a sperimentatore… ebbene, mi hanno chiesto anche se fossi un ingegnere o chimico, perché dagli scarti in questi anni ho sviluppato due brevetti di materiale. Ebbene la mia risposta è stata che non sono nessuno dei due, sono semplicemente molto curioso. Insomma, con la mia ricerca cerco di sorprendermi ogni volta, senza ripetere qualcosa di già visto, al fine di arrivare a uno studio maniacale dello scarto, nonché a immaginare la creazione di tutto quello che oggi non è ancora stato fatto con quel particolare materiale di scarto.

Oggi, dopo quella prima volta al Superstudio, a che punto sei arrivato del tuo cammino?
Non dimenticherò mai l’esposizione al Superstudio 13, è stata di fatto la mia prima personale dove ho avuto il coraggio di esibire la mia parte più razionale, ma soprattutto quella più concettuale. Oggi l’intuizione che mostravo al Superstudio è diventata un’attualità. Chiunque oggi comprende l’importanza di lavorare per un mondo più pulito e che bisogna sfruttare le risorse che abbiamo già prodotto. Oggi sono esposto in musei, posso vantare collaborazioni con importanti aziende e multinazionali, ho in attivo due brevetti e vinto premi. Mai come oggi sulla terra la nuova risorsa utilizzabile è lo scarto.

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