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11/05/2026 | FOTOGRAFIA, PUNTO DI VI(S)TA

GIUSEPPE PINO. IO LO CONOSCEVO BENE

Di: Giulia Borioli

Sebbene Giuseppe Pino, come quasi tutti i grandi artisti, vivesse tra luci e ombre, tra curiosità e diffidenza, tra ironia e pessimismo in una continua alternanza di emozioni e fosse difficile scoprirne l'anima, Giulia Borioli che ha condiviso con lui anni di vita e di lavoro, ne traccia un ritratto che aiuta a capire chi fosse veramente questo straordinario fotografo che negli studi di Superstudio 13 aveva e ha nuovamente la sua casa.

Se non ci fosse stato quell’impiccio, Giuseppe Giovanni Pino, fotografo ritrattista tra i più conosciuti e amati al mondo, non sarebbe esistito.

Allo sportello iscrizioni della Società Umanitaria dove sognava di iscriversi a grafica il corso è al completo, impossibile accedervi. Gli suggeriscono il corso di fotografia, il posto c’era, la professione di fotografo non era di moda. È così che inizia il cammino professionale di un uomo che ne conteneva moltitudini, spesso opposte: riservato e impetuoso, vorace e rigoroso, possessivo e distaccato, dal padre siciliano viene il carattere irruento, difficile nelle relazioni e affamato di vita; dalla madre svizzera francese tutta l’eleganza, lo charme discreto, la raffinatezza di chi ama il bello ma non lo esibisce.
È un timido. Timido ma amante delle sfide. Non si tira indietro nel suo primo lavoro vero, dopo la gavetta come assistente: ora è fotografo per la redazione di Panorama, giornale prestigioso all’epoca. Tanti reportages, ma a Giuseppe - forse perché timido ma anche sfacciato - piacciono le persone, gli piace capire chi ha di fronte e quando si tratta di eseguire un ritratto, magari per la copertina di Panorama appunto, diventa un altro. Racconta “Tra macchina fotografica e soggetto deve scattare un qualcosa, un sentimento, una reazione: altrimenti fai fototessere. Il tal fotografo intimorisce, il talaltro seduce, io invece faccio ridere, non cerco solo di mettere a suo agio chi è fotografato ma voglio essergli amico, voglio conoscerlo (e ci penso e mi preparo prima) e divertirlo, voglio cogliere l’attimo in cui è senza filtri e difese ed è “vero”. Non sono di quelli che sparano rullini sperando che da qualche parte la foto ci sia. Mi basta un click per cogliere uno sguardo, un angolo di bocca che sorride, insomma un’emozione: per suscitarla mi invento di tutto, parlo, scherzo, rido, prendo bonariamente in giro, faccio i complimenti… insomma, divento un po’ clown. E chi mi è davanti mi regala lo scatto giusto. Sempre.”
Giuseppe era trilingue: oltre la lingua natìa parlava francese (mamma Odette) e inglese (passione jazzistica e non), la sua mente naturalmente aperta e disponibile.
Ascoltava attentamente pareri e consigli: per poi fare diverso, magari il contrario e aveva quasi sempre ragione lui. Meticoloso fino al maniacale, aveva una particolare tecnica di sviluppo e stampa delle sue foto, quasi sempre in bianco e nero, unica e difficile da copiare: poteva passare notti intere a lavorare sulle stampe. La reazione felice del soggetto fotografato alla vista della sua foto la considerava la sua vera ricompensa.
Nella sua casa/studio di Santa Maria Fulcorina, centro di Milano dove ha vissuto per oltre 40 anni, nonostante si ritenesse un timido patologico, il via vai di amici e conoscenti era continuo. Seduto sul suo divano di pelle nera poteva passare la notte a raccontare i più succosi aneddoti dei suoi incontri, specie quelli coi musicisti jazz, la sua vera grande passione. Per dieci anni lavorò a New York: aveva cominciato anni prima a fotografare artisti della popart e musicisti jazz, ma abitare là dove puoi incontrarli ad ogni angolo di strada è un’altra cosa. L’allora giovane Anna Wintour cercò di spingerlo verso la moda, ma Giuseppe era indifferente ai vestiti, non li capiva: lui cercava, quel che c’era sotto, oltre il corpo: cercava l’anima. Giuseppe segna un confine tra la foto “bella e silente” e la foto “vera e parlante”. 
Non ci sono al momento fotografi che possano competere: ci sono meravigliosi professionisti che fanno foto stupende. Fotografare l’anima di una persona è difficile e poi faticoso, ci vuole tempo, impegno e fantasia. Un lavoro impagabile. Per questo (e per molto altro) Giuseppe Pino fotografo rimane e rimarrà, ancora per molto, unico.


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