Il diavolo veste Prada 2 e il Digital Journalism Fest 2026: due facce della stessa medaglia, in programma il 13 giugno al Superstudio Più, per una full immersion nell’informazione contemporanea.
«Nigel, ricordi quando i magazine contavano?». Bastano poche parole a Miranda Priestly - ancora una volta interpretata ne Il diavolo veste Prada 2 da una magnetica Meryl Streep - per tracciare una linea netta tra due epoche. Da un lato il potere editoriale assoluto, dall’altro un presente in cui quell’autorità si è dissolta, frammentata e redistribuita tra social, piattaforme, algoritmi e IA.
Il sequel, già caso mediatico e tormentone, riporta in scena la fine di un sistema in cui le riviste erano il vertice della piramide culturale, e dove tutto - dalle tendenze della moda alle priorità del dibattito pubblico - passava da redazioni chiuse e gerarchiche. È il mondo del primo Il diavolo veste Prada, del celebre «maglione azzurro ceruleo» indossato da una giovane e goffa Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway, catapultata dentro un ecosistema editoriale rigido, selettivo, quasi impenetrabile. Nigel, incarnato da Stanley Tucci, prova a difendere quell’universo con un ultimo slancio di romantica nostalgia: «Runway non è solo un magazine, è un’icona globale, una via tortuosa che ci riporta di nuovo insieme». Ma proprio questa idea di centralità - la rivista come unico luogo di mediazione culturale - oggi appare superata. Nel nuovo film, Andy diventa il simbolo di un cambio generazionale: non più outsider di un sistema verticale, ma rappresentante di una generazione e di un mondo in cui il racconto nasce già orizzontale, costruito da molti e filtrato da nessuno in particolare. Il vecchio modello editoriale, fatto di redazioni-fortino e pubblicità d’élite, lascia spazio a un ecosistema continuo di social, creator economy e intelligenza artificiale. Il cambiamento non è solo tecnologico, ma culturale. L’autorità si distribuisce, la notizia nasce in flussi simultanei, il giornalismo diventa uno spazio ibrido in cui informazione e intrattenimento si sovrappongono senza confini netti. È in questo scenario che si inserisce il Digital Journalism Fest 2026, in programma il 13 giugno al Superstudio Più. Più che un evento, una lente sul presente: creator, giornalisti, podcaster e youtuber si confrontano su come si racconta il mondo quando le regole non sono più scritte da pochi ma negoziate da molti. Milano diventa una redazione senza pareti, dove i contenuti non si producono soltanto, ma si riscrivono in tempo reale. Dopo una prima edizione da oltre 750 partecipanti, il festival torna con un programma fitto di talk, attivazioni e networking, spostando il focus dal “cosa si racconta” al “come si costruisce il racconto”, da Miranda a Andy, dall’ordine impeccabile di un sistema che disciplinava il caos dall’alto a un flusso continuo e instabile, dove il caos non viene più controllato ma attraversato, e raccontato mentre accade.
Digital Journalism Fest 2026
13 giugno, dalle 9.30 alle 21.30
Superstudio Più, via Tortona 27, Milano
digitaljournalismfest.it
