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28/04/2020 | DESIGN

IL GRANDE SHOW DEL DESIGN VENT’ANNI DOPO

Di: Giulia Marani, Artribune

A Milano tutti ricordano quell’aprile del 2000 in cui in una sconosciuta via Tortona, in una fabbrica dismessa, nasceva a sorpresa un modo alternativo  e quasi ludico di presentare il design complementare a quanto faceva Il Salone del Mobile con la sua fiera dall’importante funzione commerciale. Comincia così l’avventura di Gisella Borioli nel design nel nuovo Superstudio Più, con la complicità e l’adesione dell’amico Giulio Cappellini, imprenditore e talent-scout di larghe vedute. Artribune ha voluto fare il punto con una intervista alla fondatrice.

Sono passati vent’anni dalla nascita di Superstudio Più e dalla prima presentazione di design, con Cappellini e una serie di giovani designer poi diventati delle star. Quali sono i ricordi a cui è più legata?

Ricordo con sorpresa quando ho chiamato Giulio Cappellini, con cui avevo collaborato in precedenza per la mia testata Donna, a vedere la porzione di fabbrica delabré appena acquistata dalla General Electric. Era poco più di un mese prima dell’inizio del Salone del Mobile 2000 in cui pensava di far vedere i nuovi prodotti della Cappellini in uno stand come al solito. E’ rimasto folgorato dal fascino della grande sala centrale, che abbiamo poi chiamato Central Point, e ha deciso seduta stante di annullare la partecipazione in Fiera per portare al Superstudio, in modo scenografico, prodotti e prototipi di tutti i designer noti e meno noti con cui stava lavorando. Allora la via Tortona era considerata periferica e Superstudio era noto solo per gli studi fotografici di via Forcella. Il resto erano fabbriche magazzini e laboratori in via di dismissione. E case di ringhiera per gli operai. Mi sono stupita io per prima del suo coraggio. 

Superstudio Più è anche un osservatorio privilegiato sul sistema design. Come è cambiato in questi vent’anni? 

Per fare una sintesi, il design, visto da noi, si è smaterializzato e tecnologicizzato. Le presentazioni, da commerciali, sono diventate culturali e emozionali. La progettazione ha affrontato la nuova complessità col design digitale, parametrico, immateriale. Il panorama delle aziende si è globalizzato includendo sempre più paesi lontani che da terzisti sono diventati produttori in prima persona. Gli arredi e gli oggetti sono diventati più eclettici, divertenti, sperimentali. La tecnologia ha portato nuovi materiali, ha facilitato nuove funzioni. L’attenzione si è spostata dalla casa all’ambiente, dall’estetica alla sostenibilità. Ai famosi architetti che collaborano con le grandi aziende si sono affiancati giovani maker che pensano progettano producono comunicano e spesso vendono in modo indipendente. La motivazione d’acquisto non è più solo che quel prodotto assolva a una funzione ma che sappia anche raccontare una storia. E il design è diventato l’alibi che aggiunge plusvalore ed appeal ad ogni prodotto: non solo ai mobili, come una volta, ma a valigie, spazzolini da denti, pentole e stoviglie, automobili, casse acustiche, tappeti, cibo, moda, persino sex-toys eccetera eccetera.

Il Salone del Mobile ha annunciato che l’edizione 2020 è posticipata al 2021. Che impatto avrà questo stop sulla Milano del design?  

Verrebbe da dire: drammatico. Ma il mondo del design e dei suoi creativi è imprevedibile, forte, entusiasta, intelligente. Sono sicura che aziende e designer reagiranno con vigore a questo momento di black-out e ne trarranno motivo per ritrovare la strada e rinnovare il sistema.

E su Milano tout court? La città che non si ferma mai si è dovuta fermare per cause di forza maggiore, interrompendo quella che sembrava un’infinita ascesa culturale…

Milano si riprenderà. E lo choc la farà diventare più umana, solidale, migliore. I suoi architetti la stanno già trasformando in una smart city del futuro, integrando le nuove architetture ai palazzi storici. La lezione del dramma sanitario li renderà più attenti all’ambiente e alla sicurezza. Credo che saranno gli architetti i primi responsabili di una Milano capace di dare le nuove risposte.

Un comitato formato da diversi attori del Fuorisalone si sta organizzando per mettere a punto una proposta digitale condivisa nelle date in cui si sarebbe dovuta svolgere la design week. Voi su che cosa state lavorando?

Il comitato degli organizzatori indipendenti si sta attivando per non lasciare cadere l’attenzione sul design nel 2020 con le armi che gli sono proprie, quelle della comunicazione e degli eventi. C’è il progetto di un palinsesto digitale che possa offrire occasioni di visibilità coordinata e programmata ai protagonisti e alle aziende. E l’dea di creare un altro appuntamento “fisico” in città, in autunno. Non lo chiamerei però un Fuorisalone extra, ma piuttosto una nuova occasione da battezzare in altro modo. Il vero Fuorisalone è e resta quello contemporaneo e complementare al Salone in fiera. La forza delle due manifestazioni insieme è quello che ha fatto diventare la Milan Design Week la settimana di maggior richiamo al mondo. Smembrarla per me non avrebbe senso. Per un eventuale progetto autunnale noi stiamo pensando a un “trailer” di quanto si vedrà nel 2021 dedicato alla creatività femminile.

Tra i progetti di Superdesign Show c’era una mostra dedicata alla progettualità femminile, per la quale era stata lanciata una call. Ci segnalerebbe tre designer o artiste donne da tenere d’occhio?

La nostra ricerca per architette designer e artiste è ancora aperta e non vorrei anticipare nomi adesso. Posso citare tre designer note che per me rappresentano la creatività al femminile, cioè un mix di razionalità, fantasia, funzione, visione, decorazione e anche romanticismo. Paola Navone, Nina Zupanc, Elena Salmistraro. Tutte e tre sono state gradite ospiti di Superstudio.

Non sappiamo quanto durerà questa crisi, ma c’è già chi si interroga sul dopo. Qualcuno ha proposto un ritorno alla vita attiva in tempi differenziati per fasce d’età, qualcun altro che a rientrare siano per prime le donne, che sembrano colpite in maniera meno grave dal coronavirus. Che cosa ne pensa? Potrebbe essere un modo per cominciare ad appianare il gap di genere che esiste anche nel design?

La selezione in base all’età o altre differenze mi sembra un po’ razzista. Il gap di genere con si può forzare con artifici. Al di là della ripresa, bisogna invitare le donne ad essere più presenti e direi insistenti nel proporre i loro progetti. Ma soprattutto incitare i capi d’azienda, uomini generalmente, ad essere più coraggiosi e aperti e a capire quanto valore e quante possibilità possono esprimere le architette. Poiché sono le donne che poi scelgono principalmente cosa mettere in casa, quindi chi meglio di loro può interpretare i desideri e le necessità di nuovi prodotti?

Come sta trascorrendo questa quarantena?

Lavorando. Sto finendo il libro del nostro anniversario: 2000/2020 DESIGN SUPERSHOW/EVOLUZIONE E MISE-EN-SCENE DEL DESIGN AL SUPERSTUDIO DI MILANO. Una testimonianza di tutte le presenze più significative che abbiamo avuto in vent’anni.  Io ne sono l’autore ma per il progetto grafico ho scelto…mio marito, Flavio Lucchini, che nonostante  i suoi 90 anni ( o forse proprio per questo) è ancora un grande maestro. 

Intervista pubblicata su ARTRIBUNE: www.artribune.com/progettazione/design/2020/04/superstudio-piu-intervista-gisella-borioli

Matteo Thun for 3M inside Materials Village, Superdesign Show 2019
Nendo, Superdesign Show 2008
Cappellini space at Superstudio Più in 2002
Temporary Museum for New Design 2011

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