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30/04/2020 | DESIGN, PEOPLE
L'INTERVISTA DEL GIOVEDI'

PAOLA NAVONE: COLORE, FANTASIA E LIBERTA'

Di: Gisella Borioli

Eclettica, curiosa, visionaria, pratica, generosa, open mind, mai banale, femminile nel senso migliore del termine. Ama i colori del Sud del mondo, i viaggi, le tradizioni quanto le soluzioni innovative e inaspettate. Una esperienza a 360° nel mondo del design, coronata da successi e premi internazionali. Paola Navone è un "unicum" e un fiume di parole. Per lei, fin da quando era bambina, il design è sempre stato “come una frittata: ai funghi o alle zucchine, basta che sia buona”.

2000-2020, in questi 20 anni che cosa è cambiato? E che cosa cambierà nell’ultimo anno che ci porterà al 2020?
Secondo me è solo cambiato che, se Dio vuole, c’è più libertà.

E’ già una bella risposta.
Non è che puoi analizzare i cambiamenti, il vero cambiamento è che oramai tutto convive e tutto può convivere sempre di più. Cosa cambierà? Cambierà che questo grado di libertà crescerà.

Trovi che questa libertà si esprime anche con il fatto che il design è andato a intercettare mille altri prodotti, mille altri bisogni, mille altre espressioni?
Diciamo che c’è più libertà da parte di chi consuma il design, che è molto meno oblativo rispetto a prima, per cui è come nell’abbigliamento, uno è più tranquillo di non porsi il problema di qual è la collezione dei prossimi sei mesi, metti insieme quel che ti pare, e questo stesso tipo di evoluzione c’è stato nell’arredo, non c’è più questa sorta di asservimento all’architetto o al décorateur. In questo senso dico la gente è più libera. E poi sono più liberi secondo me anche i progettisti che oramai schizzano un po’ in tutte le direzioni. È più libero il panorama perché si è aperto a creatività che una volta erano considerate inesistenti o marginali quindi l’Asia, l’Africa piuttosto che il nord dell’Europa cioè il monopolio si è spezzato.

E’ pericolosa per noi questa storia, questa apertura?
È pericolosa sì e no, nel senso che se eccita la curiosità, l’idea di scouting, l’av- ventura, non lo è. Se produce degli atteggiamenti di difesa, chiaramente è la fine.

Tu hai fatto di tutto in maniera eclettica, in maniera libera, ma qual è il fil-rouge del tuo lavoro se dovessi definirlo?
Curiosità, e voglia di sempre guardare al prossimo giorno, mai a quello che è finito. I progetti a cui sono più affezionata sono quelli che non sono finiti, perché appena finiscono per me si chiude una sorta di periodo, un’avventura, un viaggio.

Ma potrebbe esserci un traguardo, un’idea, un oggetto, una realizzazione? Non c’è mai fine alla curiosità?
Non c’è mai fine nel senso che è veramente una specie di caccia al tesoro con questo tesoro che alla fine è da qualche parte.

Con quali aggettivi e come definiresti il design contemporaneo, il design proprio più presente, il design oggi?
Ho difficoltà a usare un aggettivo, perché come ti ho detto ho l’idea che ci siano sempre più aspetti e filoni di design diversi, con delle percentuali di interesse in tanti di questi. Eclettico, sfaccettato, una specie di ameba con tanti tentacoli come una medusa.

Delle tue esperienze al Superstudio, quale ricordi con più piacere?
Il primo, Barovier & Toso, nel 2010.

Che cosa ti ha fatto venire l’idea di quella installazione cosi speciale?
A me piace tantissimo raccontare le aziende perché c’è della magia in questi posti dove si produce, solo che la comunicazione è sempre un po’ arida, vedi sempre questi prodotti. La parte magica, fiabesca di queste energie si perde sempre. Io sono molto appassionata a questa cosa e quando ho degli interlocutori cerco di trasmettere al pubblico quello che è la mia fantasia di quando giro per queste aziende. Allora sono andata a Murano, era nell’anno in cui non c’è era l’Euroluce, mostriamo la Barovier & Toso, non mostriamo delle lampade, e poi chiaramente le lampade c’erano e bisognava in qualche modo farle vedere, allora io sono andata a fare questo giro e devo dire che la cosa che mi ha impressionato di più è stato l’albero genealogico, da 1700 anni, un numero pazzesco, 120 generazioni di tutti loro. Ho ricostruito l’albero genealogico all’ingresso e poi con dei pezzettini di vetro e con due artisti bravi francesi abbiamo fatto delle microscopiche sculture con del vetro e dentro una lucina, tutte diverse. Ognuno aveva la sua microscopica scultura, la mostra si è aperta cosi. E poi ho fatto percorso dove ho voluto fare vedere alla fine questi meravigliosi oggetti, ognuno era una storia. Mettiamoli in relazione con queste meraviglie. Normalmente tu entri e più un lampadario è grande, più lo vedi in un luogo grande per cui irraggiungibile. Abbiamo preso queste cose gigantesche e le abbiamo tirate praticamente a terra; c’è il primo salone in cui tu ti sedevi su un divano di una pelle meravigliosa blu e guardavi, parlavi con questo lampadario che era praticamente come seduto di fianco ed eri all’altezza di questa poltrona. Tutti i materiali dell’allestimento erano talmente preziosi, il vetro che io ho scelto era blu. Il blu è uno dei colori che preferisco ed è più magico degli altri, ho usato del legno, legnaccio andato a male, marcio,  secco o bruciato e ferro arrugginito quindi ho preso quel che mi serviva e l’ho fatto di queste poche cose qua. 

Quanto è importante la mise-en-scène nel presentare oggi un prodotto, un’idea di design?
Oramai è un terzo, un terzo e un terzo; un terzo è l’idea, un terzo è il prodotto e un terzo la comunicazione. Una volta la comunicazione aveva una percentuale più bassa, adesso in realtà ha il valore dell’idea e ha il valore del prodotto. In una altra installazione al Superstudio avevamo questi lampadari un po’ classici, abbiamo quindi inventato delle utilizzazioni un po' borderline per cui abbiamo fatto un mercato Africano, con queste donne di afro bellissime, in testa le abbiamo messo un lampadario per ognuna, poi abbiamo mescolato una cesta di materiali.

Cosa deve avere un'esposizione “fieristica” per essere convincente?
Dal mio punto di vista, se devi raccontare dei prodotti, a me piace raccontare le aziende attraverso i prodotti ma anche attraverso le cose nelle quali ti inciampi quando vai in un’azienda. Noi come progettisti abbiamo una regola che dice che dobbiamo sempre salvaguardare una piccola percentuale di divertimento perché abbiamo la fortuna di avere un mestiere che da delle possibilità in più rispetto ad altri.

Che cos’è per te il Fuorisalone? Che cosa rappresenta?
Io credo di avere incominciato il Fuorisalone, quando abbiamo fatto la prima presentazione di Mondo da Romeo Gigli, nessuno aveva mai fatto il Fuorisalone, quella volta è nato il Fuorisalone. Secondo me rappresenta una chance per chi si guarda intorno a 360 gradi. Chi va in giro in quei giorni può entrare in contatto con delle informazioni che non ha quotidianamente, non se le va a cercare ma le incontra. E’ una straordinaria occasione di incontri, in luoghi che non sono costrittivi come una fiera…è una lotteria, e qualcosa ti resterà appiccicato alla pelle.

Se dovessi citare tre icone del design di questi ultimi vent’anni?
Due non sono capace.. duecento! Ti preparo una lista…

Cosa ti è cambiato della tua vita lavorare e abitare qua? Cosa ti ha dato di più o di meno?
Che tutti sanno dov’è l’indirizzo… di fianco al Superstudio!

"Blu" by Paola Navone for Barovier & Toso, 2010
"Colors" by Paola Navone for Barovier & Toso, 2016
"Colors" by Paola Navone for Barovier & Toso, 2016
"Colors" by Paola Navone for Barovier & Toso, 2016

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