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22/01/2021 | DESIGN, PEOPLE

JOB SMEETS. LA MIA CASA È IL MIO MUSEO

Di: Gisella Borioli, intervista

Per capire Job Smeets, artista visionario che non ha eguali, suggerirei di partire dal suo sito, che racconta più di mille parole. Tutto è spettacolare, unico, discutibile, eccentrico, opulento. E’ infatti l’altra faccia della modernità: quella che ibrida banalità e visioni, tecnologia e manualità, pop e kitsch, humor e horror, funzione e disfunzione, musei e mercati, premi e provocazioni. Col risultato di un successo planetario.

E finalmente un bel giorno arrivi a Milano…
Dopo aver vissuto a Parigi, Amsterdam, Anversa, Berlino, Londra e lunghi soggiorni negli Stati Uniti, nel 2018 Rebecca ed io ci siamo trasferiti a Milano. È stato un momento perfetto, con la città ai massimi storici, piena di creativi nel design, arte, moda, teatro, televisione... ed è stata un palcoscenico e una cultura in cui siamo stati subito accolti. Il luogo creativo perfetto per noi in cui vivere e lavorare, fino a quando il Covid non ha colpito!

E decidi di avere una casa straordinaria, allo stesso tempo abitazione, negozio, galleria, il tuo mondo…
Beh, è ​​successo tutto a Milano, il sole splendeva e avevamo un mood rinascimentale, voglia di fare festa e lavorare sodo. Le strade si sono unite. Io avevo una attitudine creativa non modernista, così ho lavorato al marchio Blow con Seletti e a una raffica di nuove collaborazioni creative, tra cui un nuovo spettacolo teatrale all'interno della Triennale di Milano con altri 'non modernisti' come Charley Vezza di Gufram, Maurizio Cattelan, Stefano Seletti e il fotografo Pierpaolo Ferrari. Ma è arrivato il Covid e tutto è sospeso.
La nostra casa di Milano riflette l'atmosfera del tempo. Ci frequentavamo tutti in questo spazio surreale, in questo vecchio edificio classico, circondati dai miei oggetti. Lo spazio era un perfetto equilibrio di vita, lavoro e galleria in un ambiente eccessivo, affacciato dai balconi su una tipica strada italiana, avvolto dalla luce e dai suoni della città.

Come definiresti i tuoi lavori così fuori dall’ordinario, visionario mix di arte e design, di passato e futuro, di tecnologia e artigianato tradizionale?
Definire il mio lavoro diventa sempre più difficile con il passare degli anni. Guardando indietro vedo di essere stato fortemente ispirato dal Rinascimento e da Picasso, che si è reinventato sette volte nella sua carriera. Stili e scelte si sovrappongono nel mio mondo, lo hanno sempre fatto. Che tu venda in un negozio o in una galleria non influenza il valore creativo di un prodotto o oggetto. Ora abbiamo tutti imparato che una banana può essere un frutto, una lampada o un'opera d'arte. Non ho mai avuto paura della tecnologia o dell'artigianato estremo. Questi strumenti sono disponibili per visualizzare l'idea nel modo più chiaro possibile ma non per definirla. Il particolare talento di ogni creatore si concretizza in un lavoro autentico. Come dice Bruce Nauman “Che tu sia uno scrittore, ballerino, attore, artista, architetto o artista, cerchi di rivelare alcune verità mistiche”

I grandi oggetti di mosaico per Bisazza al Superstudio nel 2007. Cosa ricordi di quella memorabile esibizione?
Ho conosciuto Piero Bisazza a Tokyo nel 2006 dove abbiamo realizzato il primo grande "art interior" come fosse un "peepshow". Dopo di che ha invitato Studio Job a proporre quella installazione in competizione con un amichevole concorrente, Jaime Hayon, astro nascente del momento e questo mi ha infastidito ma anche gasato. Ero molto in ritardo con la mia proposta quando ho visto i rendering perfetti del lavoro di Hayon, e persino una foto su Wallpaper del pezzo in produzione. Io non avevo ancora niente, solo alcuni concetti astratti. Sotto pressione ho abbozzato a mano un'idea, presentato i miei disegni a penna insieme a un vero servizio in argento e proposto "Silverware". Una gigantesca versione di un iconico servizio d'argento del XVII secolo che avresti potuto trovare a Versailles. A quel tempo stavo lavorando a una collezione di sculture in bronzo chiamata "Homework" per la Moss Gallery di New York che trattava di pentole e padelle. Pensando a nobilitare gli utensili umili di tutti i giorni, la successiva collezione era basata su oggetti della fattoria. Bisazza era l'opposto di questo approccio rudimentale a pentole e padelle, così ho voluto celebrare l'icona del brand con tesserine di mosaico argento e oro. Gli oggetti sono in una scala talmente esagerata che lo spettatore si sente piccolo e insignificante. L'argenteria è uno status symbol della tua ricchezza o del tuo successo, un pezzo forte che racconta al visitatore chi sei. Quel servizio d'argento forse dà l’idea di come mi sentivo in quel momento.

House of Job, Milan. Photo Marco Antinori
House of Job, Milan. Photo Marco Antinori
Art-work by Studio Job at Mad Museo of New York, 2016.
Silverware by Studio Job for Bisazza at Superstudio. 2007

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