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16/04/2020 | PEOPLE
L'INTERVISTA DEL GIOVEDI'

ALESSANDRO GUERRIERO. IL DESIGN OLTRE LA PANDEMIA

Da quando ha creato Alchimia, il movimento che negli anni 70 ha creato il contro-design rompendo tutte le regole, ha sperimentato le mille sfaccettature della professione del designer, ha scritto, insegnato, inventato, costruito, disegnato, aiutato, è entrato nei musei di mezzo mondo e si è dedicato a tante iniziative per aiutare con l’arte-terapia i più deboli, gli emarginati, gli invisibili. In ogni cosa lo guida una forte attenzione al sociale. A lui abbiamo chiesto:

- Dopo questa pandemia cosa succederà al design?
Da tempo molte persone quasi quotidianamente mi chiedevano come sarebbe stato il futuro del design, dell’arte, dell’architettura, dell’estetica, dell’etica... Per rispondere mi ero attrezzato con una sfera di vetro davanti, comprata all’Ikea, e devo dire che da allora ero molto più creduto. 
Così dicevo, ad esempio, che saremmo passati dalla paranoia alla schizofrenia, dalla produzione alla riproduzione, dalla meta-teoria ai giochi linguistici, dall’utopia alle eterotopie, dalla gerarchia alla anarchia, dall’alienazione al decentramento, dal progetto al caso, dalla metropoli alla contro-urbanizzazione, dalla autorità all’eclettismo, dalla sintesi alla antitesi, dal prezzo al no cost. E a tutti dicevo che se volevano sapere come sarà il design in futuro, dovevano prendere ogni mia parola, analizzarla, rimpicciolirla, didascalizzarla, dipingerla, ingrandirla e infine rimontare il tutto casualmente in mille metri quadri nella vertigine e nel desiderio di avere una piccola verità. 
La pandemia ha però cambiato le risposte. 
E allora diciamo che da sempre i generi del design classico sono basati sull'idea di "merce": oggetti, mobili, strumenti, cose e architetture costruite con le macchine o a mano, più o meno in serie. 
Sino a oggi l'industria ha operato, nel bene e nel male, secondo tutte le possibili combinazioni e ha raggiunto tutti i punti, le situazioni, i mercati più lontani del globo: industria vera, industria finta, artigianato industriale, industria artigianale. 
Ma il sistema produttivo tradizionale è al tramonto e questa pandemia ne accentua il destino. La sua ipotesi fu quella di generalizzare la ricchezza tramite la tecnologia, e pertanto di raggiungere l'utopia del benessere diffuso. 
La realtà dice invece che le diseguaglianze sono aumentate: evidentemente l’ideologia che ha sorretto la pervasività di quel sistema produttivo non era quella dichiarata, ma quella sotterranea di un marketing e di una finanza che da sempre hanno lavorato in realtà per far aumentare la ricchezza di pochi. 
Se dovessimo fare un’ipotesi benevola verso di noi e vero il mondo, dovrei dire che forse è arrivato il tempo di un diversissimo genere di merce, di ideologia, di estetica, di utopia, di lavoro, di produttività, di commercio. 
Il tema è quello della "neo-merce filosofica", che induce a pensare a modelli, metodi, processi, oggetti, radicalmente diversi da quelli legati al vecchio progetto del design consumista. 
Se cerco di immaginare gli oggetti di questa “neo-merce”, li vedo leggeri, discreti, psichici, anti-meccanicisti, quasi evanescenti e senza forma, oggetti da usare e comandare a voce o con soffio: "oggetti-non-oggetti", una merce virtuale, che restituisca ai corpi una dimensione non virtuale. Perché l’isolamento fisico della pandemia ha dimostrato anche quanto doloroso può essere il tema del restare sempre connessi virtualmente ma scollegati corporalmente. 
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- Difficile definirti, professionalmente. Secondo te, chi sei?
Sentire tutto in tutte le maniere, vivere tutto da tutte le parti. Essere la stessa cosa in tutti i modi possibili nello stesso tempo. 
Ognuno di noi è più d'uno, è molti, è una prolissità di sé stesso. Lontano da me in me esisto. 
Ho creato in me varie personalità, creo personalità costantemente. E se vuoi, te lo dico con una specie di Poesia trovata. Trovata nel dizionario della mia esistenza, ovviamente.
Ho raccontato le nostre scelte di valore
Ho lavorato in questa giungla solo con la nostra fantasia
Ho costruito oggetti intensi
Ho parlato più volte di decrescita
Ho avuto un’attitudine simbolica e forse anche ideologica
Ho avuto paura di non farcela
Ho lavorato con classico distacco
Ho lanciato Il Compasso di Latta
Ho detto che un altr’anno non sapremo cosa fare
Ho dato tutto di me
Ho fatto un mucchio di errori
Ho conosciuto i Velvet
Ho fatto molte cose “luminose”
Ho deciso tempo fa di essere pittore, gallerista e “critico” nello stesso tempo
Ho costruito oggetti come prototipi sperando che qualcuno li produca all’infinito
Ho deciso di soffrirne tutte le conseguenze
Ho pensato di esprimere tutti i miei io-divisi
Ho visto Babled, Giacon, Almeida, Mendini fare i loro autoritratti di ceramica
Ho affrontato il problema dell’estetica purista
Ho progettato 100 eventi in 100 luoghi contemporaneamente
Ho fatto l’asta delle 50 mani per Sacra Famiglia 
Ho realizzato varie mostre alla Triennale con progetti della marginalità
Ho ricevuto 34 pagine su DDN free
Ho realizzato la chiesetta Rom con gli avanzi del mondo al Superstudio
Ho lavorato con 1000 persone, almeno
Ho chiacchierato con i cinesi in Paolo Sarpi
Ho visto morire Alda Merini
Ho lanciato “ScuotiMi” per i terremotati dell’Abruzzo
Ho visto i “portoghesi” scavalcare il muro di cinta
Ho fatto tante cose che non so nemmeno io….



 
 




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